Pianeta Cobar

FORZE DELL'ORDINE ISOLATE COME IN UN DESERTO DEI TARTARI DELLA NAZIONE. DELEGATI CO.CE.R. DELLA GUARDIA DI FINANZA.

Pubblicata il 23/04/2014

Una nota di delegati del Consiglio Centrale della Guardia di Finanza. Una nota che pone una dura riflessione tecnica sulla questione dell'Ordine Pubblico e di chi lo deve svolgere il servizio, non chi lo organizza. Si ai codici identificativi sui caschi degli agenti, ma solo dopo aver cambiato la legislazione sull'ordine pubblico.
FORZE DELL'ORDINE ISOLATE COME IN UN DESERTO DEI TARTARI DELLA NAZIONE.  DELEGATI CO.CE.R. DELLA GUARDIA DI FINANZA.

Appaiono solo un ricordo quegli anni in cui  si udivano negli stadi e nelle piazza, pronunciare al cospetto di Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, schierati in tenuta antisommossa, gli slogan A.CA.B. - All Cops Are Bastards, in italiano: gli sbirri sono tutti bastardi. Oppure, celerini assassino…. sbirri di  merda. In questi ultimi anni, il malessere che si vive nel Paese, l’assenza di lavoro ed una crisi sociale imperante ci fanno rivivere, purtroppo, sempre più frequentemente, quegli scenari. Le dinamiche sono le stesse: da un lato i cittadini che manifestano nelle piazze il loro malessere, spesso con atti che sfociano in violenze inaudite sulle cose, ma soprattutto verso gli agenti, solo perché emblema dello Stato. Scenari  che spesso degenerano per colpa di molti manifestanti il cui unico scopo è il disordine e la violenza. L’assenza di una predisposizione al confronto delle idee, di una naturale rivendicazione pacifica di qualcosa, ma solo l’occasione per sfogare la propria rabbia, la frustrazione e le disillusioni di una vita. Spesso, ragioni fondate e basate su uno stato di reale bisogno, ma che esasperate da azioni violente, perdono della loro essenza.   Dall’altro, uno Stato che da troppi anni non riesce a dare le giuste risposte ai cittadini e che inevitabilmente è costretto, sempre più, a contenere questi fenomeni mediante il ricorso alle azioni di  repressione da parte degli agenti addetti all’ordine pubblico. Fino ad oggi la capacità di resistenza psicologica di questi uomini e queste donne che indossano un’uniforme, per uno  stipendio inadeguato  -  spesso ingabbiati tra le logiche, a volte perverse, di uno Stato che rappresentano e l’odio diffuso verso di loro da parte di molti manifestanti - appare inversamente proporzionale alla capacità della classe politica di dare concrete risposte sia ai cittadini che manifestano pubblicamente, sia alle stesse forze dell’ordine. E’ noto, che il diritto di ogni cittadino di poter manifestare liberamente nelle piazze è sacrosanto ed è l’essenza vitale di una società democratica. L’articolo 21 della Costituzione Italiana, infatti, recita: ogni cittadino ha il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione. Un diritto fondamentale che è stato definito dalla Corte Costituzionale, fin dal 1969, “pietra angolare dell’ordine democratico”   Ne discende, l’impossibilità di porre limitazioni a tale diritto, che peraltro, nessuno ipotizza o auspica, proprio perché bene essenziale della “libertà democratica”, garantita dalla nostra Costituzione. Questo non vuol certamente dire, tuttavia, che ad ogni manifestazione, in tanti si possano arrogare il diritto di presentarsi travisati con caschi e passamontagna, spaccare indiscriminatamente vetrine, bruciare automobili, distruggere mezzi delle forze dell’ordine, spaccare le teste degli agenti con ripetute sassaiole o con spranghe di ferro. Una specifica norma, infatti, emanata in un periodo storico particolarmente delicato per l’ordine e la sicurezza pubblica in Italia, prevede espressamente che è vietato l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in occasioni di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Ma  nonostante ciò, (si tratta di un reato contravvenzionale e l’arresto è ancora facoltativo e di difficile attuazione), ad ogni occasione si ripetono sempre gli stessi spiacevoli episodi di violenza. Coloro che vengono tratti in arresto, peraltro, quasi sempre il giorno dopo tornano in libertà, già pronti per un’ennesima azione violenta. No, queste scene durano da troppi anni e non dovranno più accadere. Se continueranno, ci troveremo, come al solito, dinanzi ad una guerriglia urbana, dove ognuno cercherà di salvare la propria pelle. E questo non è degno di un Paese civile, che riconosce ad ogni cittadino di manifestare liberamente e pacificamente il proprio pensiero. Ogni volta le stesse scene di guerriglia e poi le critiche esasperate agli operatori, le foto decontestualizzate che mostrano solo una piccola parte di quello che è accaduto. Nessuno parla, però, delle centinaia di agenti schierati in tenuta antisommossa anche per 12 ore al giorno, con un sacchetto di viveri a disposizione, con dentro due rosette infarcite con due sole fette di salame, da consumare fugacemente sotto il sole rovente che supera  anche i 30 gradi. Per non parlare, poi, delle lesioni e delle umiliazioni  che subiscono ogni volta o delle numerose  denunce  penali alle quali spesso devono far fronte a proprie spese (a volte a ragione, ma troppo spesso a torto), poiché  presentate  in modo strumentale solo per creare confusione, per colpire o screditare chi indossa un’uniforme. E’ lo Stato, quindi, che deve assumersi la responsabilità di stabilire quali dovranno essere le regole certe per garantire le libere e pacifiche manifestazioni, senza intaccare i principi fondamentali della Costituzione, ma dando nel contempo maggiore certezze agli agenti, che operano nelle piazze. Non dovranno essere più carne da macello o trattare chi manifesta come tale, ma operare con regole chiare e pene certe, che  consentano di gestire l’ordine pubblico nel migliore dei modi. In uno Stato democratico, l’identificazione degli agenti mediante uno specifico codice, pertanto, è certamente un segno di civiltà e di trasparenza ma, attualmente, non è assolutamente ipotizzabile nel nostro Paese, con la vigente normativa e con l’approccio che oggi è riservato alla gestione dell’ordine pubblico. Quando la classe politica si assumerà l’onere di rivedere le regole  per garantire a coloro che intendono manifestare il proprio pensiero o il disagio che stanno vivendo ed emanare norme altrettanto chiare ed incisive per garantire l’incolumità della collettività e degli stessi agenti che operano, allora sì che nessuno potrà più opporsi al codice identificativo per gli agenti. E quando ci sarà la certezza che chi indossa un’uniforme ha sbagliato, allora si che dovrà pagare, proprio in ragione di quella democrazia che ognuno è pronto a sbandierare in ogni circostanza. Questo sì che sarà un segnale di vera civiltà democratica. Sarebbe veramente paradossale, quindi, se in assenza di immediati e sostanziali risposte,  verso le esigenze del Paese e degli operatori, da parte della classe politica, gli appartenenti alle Forze dell’Ordine chiamati a gestire l’ordine pubblico, in modo sempre più massiccio, rimarranno isolati come in un “Deserto dei Tartari” della Nazione,  trovandosi - loro malgrado - ad essere l’ultimo - ed unico - baluardo a difesa delle Istituzioni democratiche, ma questa volta con un “nemico” reale e - per certi aspetti - più che “legittimato” ad esserlo. Perché l’evidente, umiliante ed insostenibile singolarità consisterà, inevitabilmente, nel vedere, gli agenti costretti a difendere solo sé stessi da continue azioni violente - semplicemente perché emblema dello Stato - ma per colpe e responsabilità che certamente non hanno.

 

a cura dei delegati Co.Ce.R. Guardia di Finanza - Eliseo Taverna, Daniele Tisci e Giovanni Cutrupi.

Fonte: pianetacobar.eu/ cocer interforze/ Aps Romeo Vincenzo

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